venerdì 9 maggio 2014

Dave Gahan e dintorni

Un'amica mi ha fatto notare che oggi Dave Gahan, altra metà del cielo dei Depeche Mode, compie 52 anni.
Ed è quando i tuoi punti di riferimento giovanili iniziano ad avere la stessa età di tuo padre quando ti urlava "piantala con sta musica e mettiti a studiare", che realizzi che stai anche tu inesorabilmente invecchiando.

I Depeche non fanno un disco decente dal 2001 (sì, a me Exciter piaceva, e allora?!) ma sono comunque ancora degni di attenzione, anche se non entusiastica come un tempo. Non saprei, forse perché alla nostra generazione di ultra trentenni quegli anni pieni di synth-pop, new wave e pop rock in fondo mancano. O forse perché la musica di oggi è talmente inascoltabile che ci si deve per forza aggrappare al passato come un anziano si aggrappa ai tempi della guerra.

Personalmente, in quel periodo storico la mia formazione musicale poggiava tutta su hard rock, heavy metal, glam rock e parecchi classici, ma i Depeche Mode non solo li tolleravo... mi piacevano pure! Fenomeno questo piuttosto diffuso: provate a chiedere a un vecchio metallaro, vedrete che vi dirà la stessa cosa.

Anyway, tanti auguri Dave. Di una cosa ti si deve rendere atto: sei invecchiato decisamente meglio di Axl Rose.

Ora mistone.


mercoledì 7 maggio 2014

Peter Gabriel: the World of Music, Arts and Dance

Di Peter Gabriel ho sempre ammirato la coerenza. Un frontman carismatico che non ha mai riproposto dal vivo vecchi pezzi dei suoi Genesis, che si è rifiutato di dare un titolo ai suoi primi quattro lavori solisti per non cadere nella trappola commerciale delle major e che per anni ha deciso di dedicare la sua vita artistica alla preservazione delle musiche tradizionali di tutto il mondo.

Assistere ad un suo concerto vuol dire immergersi nel suo mondo, a volte giocoso e a volte carico di tensione. Quella stessa tensione palpabile che provai la prima (e unica) volta che lo vidi dal vivo cantare Biko: correva l'anno 1988, Stadio Comunale di Torino per l'Amnesty International Tour e a me, pischello, venne la pelle d'oca.

Gabriel tornerà in Italia per due date, di cui una proprio a Torino (20/11). Alla notizia, questa mattina il mio iPod è andato da solo.

A mio (sempre insindacabile) giudizio, i migliori pezzi di Peter Gabriel album per album. Quelli che non dovrebbero mai mancare in un misto fatto come si deve.


sabato 3 maggio 2014

Sleep Baby Doll

Specialone sui New York Dolls scritto anni fa, quando giocavo a fare il vice caporedattore di una webzine chiamata RoxxZone. Ripubblico di seguito, perchè ne vado molto fiero e perchè sono estremamente vanitoso in fatto di competenze musicali.

New York, vigilia di Natale dell’anno 1971. Quattro ragazzi entrano in un vecchio magazzino, si fanno largo tra i senza tetto, attaccano gli strumenti e iniziano a suonare. Niente fiori tra i capelli, niente peace, niente love e nessuna pretesa politica o intellettuale: solo suonare. Dall’attitudine spontaneamente punk (in anni in cui il punk non era neanche un’idea) e dal look inesorabilmente glam, i New York Dolls sono figli di un desiderio profondo di rinascita, di un bisogno urgente di iniettare nuova linfa nelle vene del rock dopo un decennio passato tra caos, sperimentazioni e contaminazioni. Pesantemente influenzati dai vecchi cantastorie blues e dai primi Rolling Stones, riprendono il discorso rivitalizzante iniziato qualche anno prima da Velvet Underground e Stooges, diventando un punto di partenza per quei generi e sottogeneri che nel giro di pochi anni avrebbero invaso il mercato discografico mondiale. La prima lineup, composta da David Johansen alla voce, Johnny Thunders e Sylvain Sylvain alle chitarre, Arthur “Killer” Kane al basso e Billy Murcia alla batteria, diventa subito oggetto di culto negli ambienti underground newyorkesi, complici infuocate esibizioni live al limite del travestitismo, un’impressionante capacità compositiva ed esecutiva e la stretta osservanza al comandamento 'sex, drugs & rock ‘n’ roll'. Spinta dalla fama ottenuta in patria, nel 1972 la band si imbarca per la prima tournée fuori dagli States, destinazione Inghilterra. Quella che doveva essere la definitiva consacrazione, inevitabilmente, si trasforma in tragedia: dopo la solita serata al limite, Billy Murcia viene trovato morto in una vasca da bagno, ucciso da un mix di alcool e barbiturici. Quando tutto sembra ormai destinato a finire, il gruppo decide di proseguire reclutando Jerry Nolan, amico di vecchia data della band.

New York Dolls
Con la formazione definitivamente stabilizzata i New York Dolls, presi per mano dall’appena venticinquenne Todd Rundgren, entrano in studio nel 1973 per registrare il primo omonimo album. E in 42 minuti scarsi di musica sono capaci di tirare fuori un capolavoro assoluto. “Personality Crisis” apre il disco con un tocco classico e scatenato, dominato dalla chitarra di Johnny Thunders e da un tappeto di piano che ricorda gli episodi migliori di certa 'archeologia' rock degli anni cinquanta. La grande capacità interpretativa di David Johansen domina tutte le undici tracce, passando con una facilità impressionante da toni suadenti e ammicanti (magistrali in “Looking For A Kiss” e “Trash”) al decadentismo un po’ opprimente di “Vietnamese Baby”. Tutta la band si muove all’unisono, guidata da quella perfetta macchina da guerra che è la sezione ritmica Kane-Nolan. Un corpo unico che trova il suo punto più alto nel crescendo iniziale e nell’esplosione di “Frankenstein”, meraviglia tra le meraviglie, che a detta di molti eminenti critici rappresenta il seme della new wave anni ottanta. Il finale è, se è possibile, ancora più esplosivo con l’omaggio al padre putativo del blues Bo Diddley di “Pills” e “Jet Boy”, brano che ha contribuito non poco alla fama del gruppo durante i live nei sobborghi della Grande Mela. Un ultimo pensiero è per “Lonely Planet Boy”, non per quello che è, ma per quello che sarà qualche anno dopo: rimaneggiata e con liriche diverse, diventerà “You Can’t Put Your Arms Around A Memory”, capolavoro del Johnny Thunders solista. Boom! Finito! Il rock non sarà più lo stesso. Eppure il disco non vende e la critica non perde occasione per mettere in ridicolo il loro look volutamente effeminato. La colpa dello scarso successo ricade su Rundgren, reo secondo alcuni di aver edulcorato il suono originariamente ruvido del gruppo, tanto che per il lavoro successivo la band si affida ad un nuovo produttore, George “Shadow” Morton (già con le Shangri-Las). Nel 1974 viene dato alle stampe il frutto di questa collaborazione, dal titolo (profetico) Too Much Too Soon. Composto in parte da cover di vecchi brani blues (“Stranded In The Jungle” dei Cadets e “Don’t Start Me Talkin’” di Sonny Boy Williamson II su tutte) e in parte da composizioni originali, l’album non raggiunge le vette toccate dal suo predecessore. Il suono si fa più grezzo e i toni diventano quasi heavy. I pezzi più rappresentativi di questa evoluzione si chiamano “Human Being” e “Chatterbox”, la prima caratterizzata da accenni metal (coverizzata poi dagli ultimi Guns N’ Roses su The Spaghetti Incident?), la seconda scanzonata e molto convincente prova di Thunders al microfono. Nonostante le buone reazioni della critica, anche questa volta le vendite sono pari a zero. Scaricati dalla Mercury, i Dolls partono per un lungo tour in giro per il mondo. Ad accompagnarli questa volta c’è un tale signor Malcom McLaren, che li osserva, li studia, li spreme e poi se ne vola a Londra e creare i Sex Pistols. A questo punto i Dolls sono a pezzi, distrutti dalle droghe (Thunders e Nolan in primis) e demoralizzati per lo scarso successo. I primi a mollare sono proprio Johnny Thunders e Jerry Nolan, che se ne vanno per fondare, insieme a Richard Hell dei Television, il supergruppo degli Heartbreakers. Lo scioglimento ufficiale arriva nel 1977: fine dell’avventura, inizio delle rivalutazioni. Come tutti i grandi artisti, anche i New York Dolls ricevono attenzione ed elogi solo dopo la morte. Ed è un fiorire di raccolte, con materiale inedito e live (pessimo Red Patent Leather del 1984, testimonianza dell’ultimo tour), e di attestati di stima da parte di altre band più o meno famose. Tutto questo fino all’anno della improbabile reunion dei tre membri superstiti Johansen, Sylvain e Kane (il 1991 si è portato via sia Johnny Thunders che Jerry Nolan, uno in una stanza d’albergo di New Orleans, l’altro in un letto d’ospedale), avvenuta nel 2004 durante il Meltdown Festival organizzato da Morrisey. I tre hanno solo il tempo per il brindisi e le pacche sulle spalle: il 13 luglio se ne va anche “Killer” Kane , stroncato da una forma fulminante di leucemia, lasciando ai soli Johansen e Sylvain l’incombenza di registrare ancora un album, richiesto ormai da tutti a gran voce. Esce così nel 2006 un altro disco a nome New York Dolls, dal titolo evocativo One Day It Will Please Us To Remember Even This, lavoro di ottimo revival rock, ma che ho scelto di non trattare in questa sede per evidenti motivi di incongruenza storica. Le porte di quel vecchio magazzino di New York, ormai, si sono chiuse per sempre.

'sleep baby doll'.

Is Punk Really Dead?

A domanda secca, risposta secca : il punk non è morto. Vive nascosto in un sottobosco di locali di periferia, si nutre della rabbia dei ragazzi che non trovano lavoro e che, oggi come ieri, non hanno più fiducia in niente e nessuno. Ci sono tanti Johnny Rotten in erba che vomitano il loro disagio in faccia al mondo: verrà il giorno in cui questa rabbia esploderà nuovamente. Manca poco, abbiate pazienza.

Amen.

A mio insindacabile giudizio e assolutamente non in ordine di importanza, cinque pezzi per imparare a conoscere il punk (quello vero):

1. Anarchy In The UK (Sex Pistols)


2. London Calling (The Clash)



3. California Über Alles (Dead Kennedys)



4. Sonic Reducer (Dead Boys)



5. Blitzkrieg Bop (Ramones)